Claudio Mastroianni

Digital Expert & Cantastorie

  • Intervista a Iris Van Herpen

    Intervista a Iris Van Herpen

    C’è qualcosa di etereo – quasi ultraterreno – nella figura di Iris van Herpen, stilista 31enne olandese scelta da DS come ambasciatrice dello “Esprit d’Avant-garde” del marchio.

    È davanti a te, ma potrebbe benissimo essere altrove, e nello stesso momento. A vederla nello spot della DS 5, però, leggi nel suo sguardo anche una determinazione e una fermezza inaspettata: una stella in ascesa, sbarcata con successo sulle (ambite) passerelle di Parigi e che sempre più viene vista come una delle stiliste che daranno forma alla moda dei prossimi anni.

    La van Herpen però ha anche una mente precisa e analitica, quasi scientifica, che si riflette in un approccio al fashion unico. Materiali plasmati con i campi magnetici, o costruiti usando le più moderne tecnologie: soluzioni prese in prestito dall’architettura, dall’astronomia, dalla geofisica.

    Di fronte a questa contaminazione continua con campi che nulla hanno a che fare con la moda, la prima domanda da farle arriva facilmente: e le auto?

    Mi lascio ispirare moltissimo dal loro processo di design, che sento molto vicino al modo in cui io mi approccio al fashion. E penso che l’attuale modo di costruirle possa essere anche il futuro della produzione di moda. Soprattutto se si pensa alle tecniche di stampa 3D. Molti elementi dei miei abiti sono già creati in collaborazione con aziende che normalmente lavorano con l’industria dell’automobile.

    Quanto ti ha sorpreso l’offerta di diventare uno dei volti del nuovo brand DS?

    Sono rimasta stupita. Ma, poi, quando ho conosciuto meglio il marchio ho avuto la sensazione che fra il mio modo di lavorare e il loro approccio ci fosse un punto d’incontro molto forte. Cerco sempre di superare i limiti del fashion design, e anche DS ci sta provando nel suo campo. Condividiamo l’attenzione all’innovazione e alla sperimentazione, un certo gusto nel fare cose che non sono state realizzate finora”. La concept che DS ha presentato punta molto su soluzioni innovative in fatto di materiali e finiture, che vedremo in strada solo fra un po’.

    Il rapporto fra concept e produzione mi sembra simile a quello fra couture e ready-to-wear, con cui hai a che fare tu…

    C’è una certa similitudine fra l’alta moda e le concept car, perché entrambe danno al designer la libertà di sperimentare. Sono laboratori di ricerca per soluzioni che vedremo in futuro. Quello che provo a fare io è un passo in più: colmare il gap fra couture e ready-to-wear mediante la forza della scienza e della tecnologia. Che è un po’ quello che, credo, vedremo accadere anche nell’industria delle auto.

    In un’intervista al New York Times hai affermato che i clienti delle tue collezioni “vedono gli abiti in maniera diversa”. Se dovessi applicare questo concetto alle auto, cosa ti piacerebbe vedere?

    Mi piacerebbe che si sviluppasse un mercato per l’acquisto di concept car, così come ne è nato uno per la moda sperimentale. Ha permesso ai miei clienti di sostenere il mio lavoro, e potrebbe aiutare anche i designer di auto. E dei Saloni dell’auto cosa ne pensi? Nel mondo della moda sei nota anche per i tuoi show spettacolari. Le sfilate sono il momento in cui tutto arriva a un punto: gli show nascono in parallelo con lo sviluppo delle collezioni, sono elementi profondamente collegati. Ogni spettacolo è unico, il processo di ideazione cambia di volta in volta. Passo molto tempo a provare varie strade fino a che non trovo l’idea giusta, mi piace dare al pubblico anche qualcosa su cui pensare, oltre che mostrargli i miei prodotti. Ecco, penso che per ogni show- anche quelli dell’auto – si dovrebbe lavorare allo stesso modo.

    Fra poco sarai alla Fashion Week di Parigi con la nuova collezione ready-to-wear. Un anticipo?

    Non voglio rovinare la sorpresa, quindi non posso dire nulla. Ma sappiate che le tecnologie usate nell’industria automotive giocheranno un ruolo fondamentale.

    Vedremo mai un modello DS con sopra la tua firma?

    Per me disegnare qualcosa che non sia moda è come prendere una piccola vacanza. E tutti ne abbiamo bisogno. Solo il tempo ci dirà dove andrà a parare la mia collaborazione con DS. Ma sì, di sicuro una possibilità c’è.

  • Prima del Digital Divide, lavoriamo al Cultural Divide

    Prima del Digital Divide, lavoriamo al Cultural Divide
    Uno screenshot dello Shop de Linkiesta dedicato a Eccetera

    Per trovare il primo numero di Eccetera, magazine lifestyle de Linkiesta (co)diretto dalla sempre bravissima Valentina Ardia, questa mattina mi sono messo di buona lena e ho girato quattro edicole – di cui una considerata “la più fornita della città” – e due librerie, una Ubik e una Mondadori.

    Non sono stato fortunato.

    Non è la prima volta che mi succede una cosa del genere. Anche de l’Essenziale, il settimanale di informazione de Internazionale, ho fatto molta fatica a trovare una copia. Anzi: il primo numero qui non è mai arrivato. I successivi, invece, arrivano con 3 giorni pieni di ritardo rispetto a quanto dichiarato: il martedì invece del sabato, una cosa non da poco per un settimanale di cronaca.

    Da quando mi sono trasferito a Cagliari – non uno sperduto paesino nell’entroterra barbaricino: CAGLIARI, capoluogo di una delle venti Regioni d’Italia – mi sono scornato con uno dei grandi problemi dell’Isola: l’accesso ai prodotti editoriali disponibili nel resto della Penisola. Che qui nell’Isola arrivano in gran ritardo, col contagocce o – più di frequente – non sono mai sbarcati.

    (Lo stesso citare Linkiesta – o il suo Magazine cartaceo – qui ottiene come riscontro lo stesso sguardo pieno di stupore delle prime proiezioni di treni in movimento. Mi farei un paio di domande fossi in loro.)

    È un problema. Più grave in Sardegna, certo, ma comune a tante altre zone del Sud d’Italia (praticamente tutte, in realtà). Ci siamo talmente affannati a discutere della questione del #digitaldivide dal finire con il dimenticare un problema ben più radicato e mai risolto: il #culturaldivide.

    La cultura (editoriale di sicuro, ma non solo) in Italia è appannaggio solo di pochissime città. È Milano-centrica. Arriva a Roma, Firenze, Bologna, Torino. Quando è più ardita si spinge fine a Napoli, ma non oltre. E gli altri territori restano a guardare.

    Dice la pagina dello shop de Linkiesta dedicato al magazine: “Eccetera si trova nelle migliori edicole di Milano, Roma, Torino, Firenze, Bologna e altre città di vacanza”.

    “Altre città di vacanza”.

    Perché la cultura non è di chi abita quei territori. Rimane sempre dei Milanesi, che tutt’al più l’esportano e la consumano fra un mojito e l’altro.

  • All’automotive delle donne non importa un fico secco

    All’automotive delle donne non importa un fico secco

    Gli eventi di presentazione di nuovi modelli, nuovi allestimenti, nuove iniziative commerciali sono un grande classico nella vita dei giornalisti automotive (tesserati e non). Roba di lavoro, eh, ma anche momenti di socializzazione che sono il palcoscenico perfetto per sfoggiare conoscenze, competenze e brillantezza. Le cene di gruppo diventano quindi l’occasione perfetta per sfoggiare tutto il proprio repertorio conversazionale fatto di auto di grossa cilindrata, contrattempi ai limiti della legalità e battute di bassa lega.

    Molto maschilista, molto machista.

    L’ambiente automotive è talmente intriso di sessismo che ormai non si pone più neppure il problema di fingere di non esserlo. Lo scorso 8 marzo è stato la consueta Giornata Internazionale della Donna: quasi tutte le testate – online e non – si sono astenute anche solo dal pubblicare gli articoli cliché “Le donne dell’automotive”. Giusto Repubblica, fra le grandi testate, e FleetMagazine fra quelle più settoriali. Motor1 invece ha dirottato le sue risorse editoriali su un articolo dedicato alle “influencer più popolari in Italia”, che ha la stessa funzione delle donne lesbiche nei film porno etero: titillare l’attenzione maschile. E c’erano pure giusto tre nomi in croce. Deprimente.

    Donna, stai al tuo posto (di passeggero)

    La verità è che non c’è poi granché da raccontare. Le figure apicali di sesso femminile nel panorama automobilistico internazionale sono talmente sparute da potersi contare sulle dita di una mano.

    C’è Mary Barra, che dal 2014 – anno dell’insediamento come CEO di General Motors – a oggi è diventata una fra le donne più ricche e influenti secondo Forbes, Fortune e Time (leggetevi la sua bio su Wikipedia, a proposito). Ci sono la cinese Wang Fengyin (CEO di Great Wall) e la vietnamita Le Thi Tun Thuy (CEO di VinFast), di cui è difficile anche trovare foto di dimensioni decenti e il composit fotografico di apertura lo dimostra.

    C’è Linda Jackson, per quasi una decade a capo di Citroën (fino al 2021) e ora CEO di Peugeot dal gennaio 2021, dopo essere rimasta parcheggiata per un anno. C’è Béatrice Foucher, CEO di DS Automobiles (povera, sarà un lavoraccio). C’è Stefanie Wurst, recentissima Head of Mini a partire dallo scorso febbraio 2022. Volendo potremmo metterci anche Anna Gallagher, Brand Director di Jaguar, ma date un’occhiata al Board di JLR e mettetevi paura: persino l’unica donna, Hanne Sørensen, è rappresentata con un linguaggio visivo maschile.

    In Italia la situazione è pure peggiore, con nessuna – nessuna – figura femminile in posizioni di rilievo, se non come responsabile della comunicazione (ma sono sempre meno, e sempre più di nicchia). Abbiamo Maria Conti a capo della Comunicazione globale di Maserati (e vorrei vedere, ha una carrierona alle spalle), Federica Bennato regina della comunicazione di Volkswagen Group Italia e – se la memoria non mi fa gioco – niente altro. Forse qualche sparuta figura di marketing?

    Non c’è nulla che giustifichi una situazione del genere. Non è che queste figure manageriali mettano bocca nelle questioni meccaniche di un’auto fra una riunione e l’altra. Sono uomini di numeri – see what I did here? – mica titolari di un’officina.

    Si dice però che “per fare bene nel mondo dell’automotive si debba essere appassionati di auto, stop”. E per carità, da un certo punto di vista lo credo anche io per quanto mi suoni strano che solo gli uomini siano appassionati di auto. Ma la verità è che questa storia è usata per mantenere il potere in mano a chi ce l’ha già: gli uomini.

    Persino in un ambito genericamente considerato unisex – quello del design – le donne sono tutt’al più relegate ai Materiali e ai Colori, nei casi migliori agli Interni. Non c’è nessuna donna che abbia preso in mano una matita negli ultimi venti anni e disegnato gli esterni di un’auto? Possibile? Sono tutte pessime designer ma con un ottimo occhio per i colori e i tessuti? Cosa sono, sarte?

    Do you know what it feels like in this world for a girl?

    C’è un video potentissimo di Guy Ritchie per Madonna che usa proprio il mondo delle auto come metafora femminista. In un mondo popolato da uomini, Madonna accompagna un’anziana nel suo ultimo viaggio: adrenalinico, provocatore, violento. Un video che usa gli archetipi maschili per raccontare una storia di liberazione, più che di vendetta. Guardatelo.

    Nei miei anni di vita nel mondo automotive, ho visto e sentito di tutto: PR professioniste trattate dai giornalisti come cameriere, quando andava bene; quando andava male, costrette a dribblare tentativi di approccio maldestri fatti da uomini privi di fascino e di senso del ridicolo, oltre che rispettosi del contesto (lavorativo); donne messe da parte per favorire colleghi maschi meno preparati ma più camerati; redarguite, se con la loro preparazione mettevano in cattiva luce il maschio al potere. Testa bassa e spirito servizievole: la richiesta è questa.

    Nell’automotive, le donne sono considerate come figurine di contorno, necessaria bella presenza, a cui è richiesto di vestirsi bene, di essere sexy ma non troppo (l’immaginario è sempre quello della pornosegretaria, ovviamente: una donna integerrima che si lascia sedurre dall’uomo di valore), di stare al loro posto, di non allargarsi. Eye candy, direbbero gli inglesi. Belle che non ballino troppo. Una versione ripulita e presentabile del calendario con le donne nude nelle officine, in pratica.

    E non è un caso che alle donne il mondo delle auto proprio non sappia parlare, né con il prodotto né con il marketing. Che le releghi sempre a figura di madre scarrozzatrice o di figurina elegante che compra un’auto vecchia di dieci anni solo perché è firmata Alberta Ferretti oggi, Monella Vagabonda domani, D&G dopodomani. Che usi loro per raccontare quanto un’auto sia facile da guidare e gli uomini per raccontare quanto un’auto sia divertente da guidare.

    Una visione rigida e schematica dei ruoli di genere che nel 2022 non dovrebbe avere più senso, e invece eccola qui. Inamovibile. Un segreto di pulcinella, per altro, di cui si parla pochissimo, perché a parlarne dovrebbero essere altri maschi (giornalisti) che sono parte stessa – e anche grossa – del problema.

    Almeno questo velo lo vogliamo squarciare? Credo sia arrivato il momento di farlo.

  • Il confine fra marketing etico e marketing sciacallo è labile

    Il confine fra marketing etico e marketing sciacallo è labile

    Nei giorni immediatamente successivi allo scoppio della guerra in Ucraina a seguito dell’ingiustificata aggressione da parte di Putin, molte aziende si sono trovate nella situazione di dover esistere e operare in un contesto storico in cui il business as usual non era più una strada percorribile.

    Per lo meno dal punto di vista della comunicazione e del marketing.

    Viviamo in una società che ha abituato il pubblico ad aziende che si espongono e comunicano quotidianamente su temi di cronaca, politica, rilevanza sociale. È il real time marketing, sono le campagne di advertising sulla festa delle donne, sono i post su #freeRenatino.

    E ora, con le televisioni e le radio e i quotidiani e i social network invasi dalle notizie sul conflitto in Ucraina, il loro silenzio risulta assordante (come fa notare anche Vincenzo Cosenza in un post su LinkedIn).

    Storia di chi parla e di chi sta zitto

    Il mercato italiano, da questo punto di vista, si è rivelato estremamente attendista. Sono molto poche le aziende di una certa rilevanza che hanno preso una posizione chiara e pubblica in relazione alla aggressione da parte di Putin, e ancora meno quelle che hanno dimostrato di essere quanto meno consapevoli che in Ucraina una guerra c’è.

    Hanno fatto qualcosa le compagnie telefoniche – Vodafone, Iliad, WindTre (fra le prime a muoversi), Fastweb, TIM – che hanno offerto chiamate gratuite verso l’Ucraina o roaming gratuito per chi si trova in territorio ucraino. Hanno fatto pochissimo i brand della grande distribuzione organizzata, con la sola Coop che si è esposta con un generico post #nowar su Facebook e il silenzio da parte di praticamente tutte le altre realtà nazionali. Non hanno fatto niente i brand energetici, che lateralmente sono coinvolti da questa crisi. Non ha fatto niente neppure Taffo, che nel real time marketing ci sguazza sempre e ne fa motivo di vanto e che in questa occasione – forse anche a ragione – ha preferito invece esplicitare la volontà di restare in silenzio sul tema.

    L’unico brand di una certa rilevanza in Italia a esporsi in maniera netta in relazione al conflitto ucraino-russo è stato La Feltrinelli, che ha modificato tutto il branding dei suoi account social in ottica di ripudio della guerra e di sostegno al popolo ucraino. La modifica ha riguardato sia l’account La Feltrinelli che la quello del Gruppo Feltrinelli che quello della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli.

    Ucraina e Russia, sostegni mitologici e fake news

    D’altro canto, la fame del pubblico di prese di posizione da parte delle aziende – ormai addestrato dai vari uffici di marketing a pensare alle aziende come estensioni della propria persona – ha portato al diffondersi di una serie di notizie relative a mirabolanti azioni in ottica anti-russa di svariati brand internazionali.

    Secondo queste fonti, PornHub avrebbe ad esempio bloccato l’accesso del proprio sito alle persone che navigano da indirizzi IP russi. Notizia ripresa da numerosi influencer, personaggi dell’informazione e testate italiane salvo poi essere smentita prima da BUTAC e poi da Giornalettismo (molte testate però non se ne sono ancora accorte, e continuano a rilanciare la notizia).

    Ancora: fonti svariate hanno affermato negli scorsi giorni che OnlyFans avrebbe bloccato l’accesso al servizio da parte dei creator presenti su territorio russo e bielorusso, dando l’idea di un supporto morale alle popolazioni ucraine. Una notizia che ha creato più di un malumore fra molti dei lavoratori del sesso presenti sul territorio. Anche questa era una notizia falsa, o meglio: distorta. OnlyFans ha bloccato – e poi ripristinato – gli account di svariati content creator russi per ragioni prettamente finanziarie: a seguito delle limitazioni imposte da Stati Uniti, Canada, Unione Europea ai conti bancari russi, il pagamento è diventato difficile se non impossibile.

    Prendere posizione è possibile? Prendere posizione è giusto?

    Che lezioni possiamo imparare, in relazione al marketing e alla comunicazione, da questo scenario obiettivamente molto confuso?

    Innanzitutto che si raccoglie ciò che si semina: il marketing moderno (fra iniziative di responsabilità sociale e uso e abuso di influencer marketing) ha trasformato i brand in soggetti con una personalità e dei valori pubblicamente accessibili, e ha addestrato la gente comune a notarli, dargli peso, e a farsi guidare dagli stessi nel costruire un rapporto con le aziende. Questo ha recato sì benefici ai brand dal punto di vista competitivo, ma allo stesso tempo ha sviluppato aspettative nel pubblico. Che non possono essere deluse, e sono sempre più alte. Per quanto ancora le aziende potranno far finta di niente, congelare i propri piani editoriali, provare a parlare d’altro senza pestare troppo i piedi a qualcuno? Non si può essere carta da parati per sempre: non prendere posizione è prendere posizione, nelle situazioni di conflitto.

    In secondo luogo, che non ci si può neanche permettere di portare avanti con leggerezza operazioni di marketing etico e valoriale: il caso di OnlyFans in Russia ha aperto gli occhi su come una semplice azione possa privare le persone delle proprie fonti di sostentamento. Punire i russi per le azioni del proprio leader è sbagliato. Ma è un discorso valido in qualsiasi contesto: se si punta su azioni di marketing che hanno componenti di valutazione etica, bisogna avere la piena consapevolezza delle ramificazioni che la propria posizione ha.

    Questo però non deve spaventare. Prendere posizione su tematiche di questo livello si può e si deve fare.

    I brand si trovano sì fra l’incudine e il martello, ma questo non implica la perdita del controllo sulle proprie scelte comunicative, di marketing e di business. Se una azienda ha costruito fondamenta etiche solide, basterà applicarle con buon senso anche in contesti così fuori dall’ordinario. Il pubblico, che stupido non è, capirà.

  • Memorie di un giorno di guerra

    Memorie di un giorno di guerra

    Non avrei mai pensato di diventare testimone storico della Terza Guerra Mondiale. Ne avrei fatto volentieri a meno.

    Quando me ne chiederanno conto, quando mi domanderanno cosa ho provato – se ce ne sarà occasione – racconterò del senso di impotenza diffuso, e soffuso, e totalizzante. Che non ti fanno studiare sui banchi di scuola, perché la guerra è sempre raccontata dal punto di vista dei potenti, dei politici, dei regnanti. Di chi muove le pedine come in un gioco del Risiko. Non dal punto di vista delle pedine.

    Questo racconterò.

    E racconterò della rabbia che dopo lo sbigottimento cresce, piano, nei confronti degli altri – ora ugualmente impotenti – che hanno sostenuto direttamente o indirettamente le figure che queste pedine le hanno mosse. I mille Salvini e le mille Meloni che hanno sostenuto Putin per tornaconto personale. Quelli che hanno sostenuto i Salvini e le Meloni per lo stesso motivo. E così via, a scalare.

    Questo racconterò.

    E proverò a spiegare il senso di disagio che si prova al pensiero di dover combattere una guerra con una guerra, all’idea di dover prendere una posizione morale che tuteli la libertà individuale dei popoli, il principio di autodeterminazione, che li difenda dalle invasioni e dai soprusi, e nel sapere che questa posizione passa attraverso l’accettazione della violenza in risposta. Il paradosso della tolleranza: “cercatelo su Wikipedia”, dirò. Chissà se ci sarà ancora Wikipedia, se ci sarà ancora Google, se ci sarà ancora Facebook. Chissà se ci sarà un termine nuovo che avremo coniato dopo questa guerra. Chissà se avremo imparato una nuova lezione. Chissà se ci saremo ancora noi.

    Questo racconterò.

    Ma ne avrei fatto volentieri a meno.

  • Il personal branding e il controllo della narrazione

    [Di questo post, due giorni fa, avevo scritto un lungo testo. Non mi convinceva. L’ho messo da parte, e l’ho riscritto: una comunicazione efficace è una comunicazione consapevole, volontaria, capace di riconoscere anche i messaggi veicolati in maniera non intenzionale. Non sempre è possibile – siamo esseri umani, non macchine – ma quando succede, bisogna sempre darsi ascolto.]

    Il personal branding è un’attività di marketing che lavora sull’individuo. In sostanza, fa con le persone quello che il branding realizza con le aziende: evidenziare l’unicità e le particolarità di un soggetto rispetto a tutti gli altri soggetti presenti all’interno di un mercato competitivo.

    Definizione noiosa? Sì.

    Semplifichiamo: il personal branding è il modo con cui una persona si presenta agli altri. Una vetrina di ciò che un individuo vuole far vedere di se stesso.

    È un’attività che ciascuno di noi porta avanti sempre, che ne sia consapevole o meno. In ogni momento della nostra vita, con ogni scelta che operiamo: come tendo a ripetere (eccessivamente) durante i miei corsi, “tutto è comunicazione, tutto comunica qualcosa”. Il modo in cui ci vestiamo, pettiniamo, trucchiamo, gli oggetti che acquistiamo e quelli che usiamo quotidianamente, le parole che pronunciamo e quelle che non pronunciamo, il modo in cui scriviamo, le relazioni che intrecciamo. Tutti questi elementi raccontano qualcosa di noi, raccontano la nostra storia.

    Il personal branding fa sì che tutte queste scelte avvengano in maniera intenzionale, determinata: come dice Wikipedia – nella voce in lingua inglese, molto meglio scritta di quella in italiano – si tratta di una forma di “self-packaging”, di “inscatolamento del prodotto”. E il prodotto siamo noi.

    Dal “personal branding” alla “narrazione di sé”

    Per anni, io e Domitilla Ferrari abbiamo costruito il nostro rapporto di amicizia su un gentlemen’s disagreement relativo alle sempre più diffuse pratiche di applicazione del personal branding: io lo vedevo come fumo negli occhi, lei con molta più fascinazione. Ora che non sono più né giovane né estremista nelle opinioni, devo concederle la vittoria: nel personal branding non c’è nulla di male, di per sé. Con qualche distinguo.

    Il problema – dal mio punto di vista – è di concetto, di approccio e terminologico.

    • Di concetto, perché l’idea che si possa costruire a tavolino una identità personale è… fondamentalmente sbagliata: la nostra identità è figlia di un processo culturale, personale e storico che stratifica tutte le esperienze, i contesti e le relazioni che hanno costrellato la nostra vita. Pretendere di voler mostrare una caratteristica personale che non fa parte del nostro mindset, o di nascondere completamente un difetto che è parte di noi, ci espone all’incoerenza. E nessuno con coscienza si affiderebbe a una persona incoerente, sul lavoro e nella vita privata.
    • Di approccio, perché – stante quanto sopra – non ha alcun senso partire dal risultato finale che si pretende di ottenere perché percepito più efficace o maggiormente di successo (come tanti Guru del Personal Branding e Motivatori Della Rete pretendono di fare). Si deve, semmai, partire da una analisi personale e quanto più brutalmente onesta possibile, in positivo e in negativo: partire dall’as is, come dicono quelli bravi con il linguaggio imprenditoriale, e da lì comprendere come raccontare se stessi, non cosa raccontare di se stessi.
    • Terminologico, perché il termine “personal branding” si è ormai stratificato nel nostro linguaggio e nella nostra cultura più come sofisticazione che come racconto.

    Per queste ragioni più che di “personal branding” preferisco parlare di controllo della narrazione di sé. Un processo basato su scelte coscienti, a loro volta basate su autoconsapevolezza e accettazione personale. Non per creare filtri e barriere, ma per far sì che TUTTO ciò che sono – accento su “tutto – venga comunicato in maniera comprensibile e contestualizzata.

    Questione di sfumature, per qualcuno. Ma che fanno la differenza.

    Personale, professionale e lavoro

    Facciamo un esempio pratico: io.

    Non sono una persona asettica nei rapporti umani. Anche sul lavoro sono una persona che applica le sue competenze mantenendo un rapporto empatico con colleghi, superiori, committenti, studenti. È un difetto? No. Ma ci sono persone che invece associano la professionalità a una certa separazione fra l’uomo e la sua attività lavorativa.

    Se dovessi seguire i dettami del personal branding attuale, dovrei presentarmi al pubblico in una maniera “tradizionalmente” professionale: giacca e cravatta, linguaggio tecnico e numerico, pochi fronzoli. Una comunicazione statica, granitica. Funzionale al raggiungimento di un target esteso. Che non sarebbe però coerente con quello che poi offrirei io al mio cliente.

    Qui entra in gioco invece il controllo della narrazione: anziché millantare caratteristiche che non mi appartengono, posso fornire strumenti interpretativi per aiutare il pubblico a comprendere come ciò che sono può venirgli utile. Posso smontare l’equazione “rigoroso = professionale”. Posso sottolineare l’importanza dell’empatia nel trovare soluzioni condivise a problemi complessi. Posso enfatizzare le fondamenta relazionali di qualsiasi attività comunicativa.

    È quello che ho appena fatto, per intenderci, con voi che avete letto fin qui.

    Niente di quanto descritto finora è semplice. Si tratta di uno sforzo cosciente, continuo e – come già detto – consapevole. Va portato avanti con misura, rispettando l’interlocutore e la sua intelligenza. Deve essere una comunicazione informativa, non manipolatoria (a proposito: sul tema c’è molto da dire, lo aggiungo alla mia to-do list). Deve fornire valore che vada oltre l’autopromozione. E soprattutto deve essere coerente, coerente, coerente: con il soggetto della comunicazione, con il contesto della comunicazione e nel corso del tempo.

    Non è facile.

    Ma se comunicare bene fosse facile, tutti sarebbero in grado di farlo e noi vivremmo in un mondo migliore. Decisamente migliore.

  • Qualche nota sul nuovo ClaudioMastroianni.com

    Qualche nota sul nuovo ClaudioMastroianni.com

    Partiamo dal dare a Cesare quel che è di Cesare: tutto quello che vedete su questo dominio è stato fatto da me, tranne il logo.

    Il mio nuovo logo è infatti frutto del bel lavoro di Riccardo Fano, grafico e illustratore (e ora anche scrittore: qui trovate il suo Parole., la cui realizzazione tecnica è – incidentalmente – mia).

    La mia richiesta era relativa a un logo che potesse operare una sintesi fra quelli che considero i tre aspetti cardine della mia formazione professionale – editoria digitale, tecnica e creatività – a cui affiancare la mia filosofia del “big problems, simple solutions”.

    Il logo li riassume, dal mio punto di vista, in maniera egregia: nella semplicità e pulizia delle linee, nella scelta del carattere tipografico e nell’utilizzo dello slash come elemento grafico caratterizzante, che rimanda alle URL del Web ma anche al linguaggio HTML.

    Grazie, Riccardo. A buon rendere.

    CMS, Hosting e linee di comando: WordPress, Dreamhost e WP-CLI

    Come potete leggere nel footer, ClaudioMastroianni.com è basato su piattaforma WordPress.

    WordPress è un CMS (Content Management System) gratuito che è diventato oramai la soluzione standard per la realizzazione di progetti editoriali sul Web.

    È un sistema che conosco molto bene e che è evoluto con una velocità esponenziale nel corso degli anni: la sua ultima iterazione sfrutta un editor visuale che permette di costruire il layout di ogni articolo in maniera molto granulare. Basta avere un’idea chiara di cosa si vuole realizzare.

    L’hosting su cui si appoggia ClaudioMastroianni.com è invece fornito da Dreamhost, che mi supporta/sopporta ormai da più di una decina di anni. È affidabile, è flessibile e ha un costo relativamente accessibile (fra i 60 e i 70 euro all’anno, in base al cambio dal Dollaro all’Euro). Per installare WordPress ho utilizzato il loro pratico servizio di One-Click Install di Dreamhost, che snellisce il processo e lo rende a prova di sciocchi.

    Il tema grafico, invece, è stata tutta un’altra cosa: l’ho realizzato completamente da zero. Sono partito da questa guida di Steve Polito con le istruzioni per creare un template basato su Bootstrap: grazie a lui ho scoperto dell’esistenza di WP-CLI, un sistema di controllo a linea di comando che ha cambiato molto il mio modo di rapportarmi a WordPress. Si tratta di un sistema abbastanza tecnico, ma molto interessante: non si finisce mai di imparare.

    Bootstrap 5: grazie di esistere

    La grafica di questo sito è stata totalmente costruita da me, l’ho già detto?

    L’ho costruita sfruttando il framework Bootstrap – per dirla in maniera semplice: si tratta di un insieme di regole che semplificano e schematizzano lo sviluppo di siti e applicazioni web, ma potete approfondire di più su Wikipedia – che continuo ad apprezzare ogni giorno di più.

    Non sono un web designer, non sono un web developer, ma ho una formazione tecnica che mi permette di sporcarmi le mani. E me le sono sempre sporcate, soprattutto per i miei siti e per i miei progetti.

    Grazie a Bootstrap posso fare molto di più.

    Perché posso attingere a un patrimonio di lavoro condiviso di developer e designer che hanno dedicato parte del loro tempo e delle loro vite per aiutare a creare un Web più ricco, bello, usabile.

    Ragazzi: internet è proprio questa roba qui: condivisione della conoscenza e delle competenze. Bootstrap è uno di quei progetti che mi riconcilia con il mondo: grazie a tutti quelli che ci hanno lavorato.

    Una grafica ispirata a (omissis)

    Quando ho mostrato in anteprima il mio sito al mio amico davidepiantala, il suo commento è stato “mi piace il taglio magazine che gli hai dato”.

    Ne sono rimasto contento: l’ispirazione era proprio quella legata ai newsmagazine, ai prodotti editoriali e tipografici. Una grafica orientata più al testuale che al visivo, all’immagine, al video.

    A dirla tutta, l’idea iniziale era ancora più radicale e doveva avere maggiori richiami visivi al mio lavoro: l’uso delle parole, principlamente. Ma in Rete tutto è frutto di sintesi tra realtà ed esigenze diverse e così sono arrivati i colori, le icone, le immagini.

    Custom Post Type come se piovesse

    In questo tema – che ho banalmente chiamato “CMTheme”, perché la fantasia è caratteristica tipica dei copy ma MAI quando si tratta di se stessi – ho fatto un pesante uso dei Custom Post Type di WordPress (se volete saperne di più, c’è un articolo molto completo di Rachel McCollins su Kinsta).

    I Custom Post Type sono uno strumento molto potente messo a disposizione con le versioni più recenti di WordPress che lo hanno davvero trasformato da un semplice strumento di blogging a uno strumento di gestione dei contenuti.

    Sono Custom Post Type tutte le pagine legate alla mia offerta professionale, tutti gli elementi del mio portfolio ma anche componenti più strutturali del sito, come le voci di menù, alcuni elementi del footer e della home-page.

    Questo mi ha permesso di avere un layout articolato ma modificabile in base alle mie esigenze, volta per volta, senza dover mettere mano al codice.

    Usi e abusi delle fasi Beta

    Il sintèma “in fase beta” è ormai diventato standard (abusato) di ogni rilascio digitale, un po’ a mascherare lavori spesso fatti alla carlona (un altro sintèma), un po’ a dimostrare quanto complessa sia diventata la Rete oggigiorno.

    Detto questo, ClaudioMastroianni.com è effettivamente in fase beta, per quanto avanzata: potrete trovare – anzi sicuramente lo farete – errori, imprecisioni, contenuti da aggiornare o popolare. Si tratta di un progetto complesso fatto in totale autonomia: portate pazienza. E se vi va segnalatemi tutto quello che c’è da segnalare: nei commenti, via mail o attraverso i miei account social.

  • Fantasma

    Fantasma

    Una volta finito ci mise un po’ a riprendersi.

    Restò lì qualche momento a osservarsi: prima la punta delle dita, poi le mani, poi il riflesso del viso. Senza mai riuscire davvero a metterli a fuoco. A mettersi a fuoco. Sfiorava le cose con lo sguardo liquido di un maratoneta a fine gara: col fiato corto si concentrava ora su questo, ora su quel particolare, ma falliva miseramente nel ricostruire il quadro nella sua interezza.

    Non che vi stesse dedicando chissà quanta energia.

    Dopo un paio di minuti era ancora lì, sulla stessa sedia, nella stessa posizione di quando aveva messo un punto a quella storiaccia e se l’era lasciata alle spalle. Ma il sollievo tardava ad arrivare, e continuava a sentirsi perso nella nebbia, incapace di scrollarsi di dosso pensieri e ricordi da cui – finalmente – avrebbe potuto permettersi di allontanarsi. Era da un po’ che non gli capitava così.

    Diede uno sguardo sconsolato alla finestra e poi si alzò di scatto. Un passo era fatto. Peccato si sentisse subito esausto, spompato. Si diresse allora mogio verso i fornelli e – con una lentezza che, per esperienza, sapeva molti avrebbero reputato inaccettabile – si preparò un caffè che sperava lo avrebbe scosso da quel torpore. Ma ogni gesto era più lento e impreciso del necessario: l’acqua del rubinetto scorse troppo a lungo e sbrodò dalla caldaia, mise troppo caffè nel filtro e questo andò a spargersi sul piano della cucina, mescolandosi irrimediabilmente con l’acqua di cui sopra, e la caffettiera la strinse, sì, ma senza troppa convinzione. Sicuramente non avrebbe tenuto granché. Che disastro: se la signorina Sonia l’avesse visto in quel momento avrebbe scosso la testa con pena, lei che aveva sempre promosso e ostentato un cucinare preciso e privo di sbavature. Si sentì in colpa. Quella donna di mezza età, posata e misurata in ogni gesto, risvegliava in lui un insopprimibile senso di inadeguatezza e inferiorità. Sbuffò e con riflesso stizzito cominciò a ripulire il bancone, con perizia. Di nuovo, si stava perdendo di nuovo.

    Il suono di una notifica sullo smartphone lo riportò in sé.

    Tremò al pensiero che fosse ancora qualcosa che potesse riguardare quello: se n’era appena liberato e il pensiero di dover ripiombare in quell’incubo gli provocò una vertigine. Non vedeva l’ora di tagliarci i ponti una volta per tutte, con lui e il suo giro di “amici”. Gli facevano ribrezzo, e col senno di poi non capiva come potesse esserci cascato: il gioco non valeva la candela. Certo: qualche scartoffia e un po’ di burocrazia e avrebbe potuto voltare pagina, sempre che non si fosse di nuovo fatto incantare. Ma si incupì all’idea di un potenziale prolungarsi della fase di distacco. Energie sprecate: era un SMS sgrammaticato di sua madre.

    “NONNO VIENE a cena . Tu che fai pure vieni?”

    Represse la voglia di correggerla – ancora una volta – e ripensò alla risposta piccata che lei gli avrebbe sbattuto in faccia di fronte all’ennesima interferenza: “Non ti pago mica per farlo, eh!”. Per altro, aveva ragione: era un tipo di arroganza gratuita che, per fortuna, non doveva più interpretare.

    L’ironia della cosa però non lo lasciò indifferente: se i suoi colleghi l’avessero visto, quel testo sbilenco, si sarebbero di certo chiesti da dove fosse venuta fuori tutta la precisione che andava “sfoggiando come un gagliardetto”. Secondo loro, quanto meno. Come se avesse potuto scegliere di fare diversamente, di essere diversamente. Impossibile. E sì che ci aveva provato, quando il lavoro aveva cominciato a influire negativamente sulla sua vita privata, e le battute erano
    diventate commenti sprezzanti e i commenti sprezzanti furiose guerre del silenzio, e tutto era finito.

    La caffettiera fischiò malamente, vomitando dalle giunture rivoli di caffè sui fornelli, come previsto. Si perse a guardarla un attimo, poi spense il fuoco, prese una tazza e se lo versò sciabattando sbiadito fino al terrazzino. Di Rosa in casa erano rimaste solo poche piante lasciate lì per dimenticanza – o forse per ripicca: “Almeno queste cerca di non farle morire” s’era immaginato più volte potesse avergli urlato contro durante una lite desiderata e mai esistita – e appassite invece quasi tutte, una dopo l’altra, per sfortuna o per incuria nelle settimane in cui il lavoro aveva preso il sopravvento, lo aveva assorbito, e gli aveva rubato lo spazio per i pensieri di ogni giorno. Come succedeva spesso. Come era successo con lei.

    “Non ti riconosco più”.

    Un bigliettino verde a forma di foglia, poggiato al centro del tavolo. Se n’era andata così, svuotando la casa e mettendo fine a due anni di convivenza con venti caratteri spazi inclusi, come in un brutto film americano, e lui non aveva potuto rispondere né avrebbe saputo cosa dirle, perché capiva bene che – inutile negarlo – lei aveva fatto
    la scelta giusta. Quando non c’è più nulla da dire è meglio il silenzio. E più che la fine della sua relazione con Rosa ad averlo ferito fu che, di nuovo, le parole gli si erano rivoltate contro, e lo avevano trafitto, lui che con le parole ci lavorava. Non solo gli venivano meno ogni volta che ne aveva bisogno lui, proprio lui, ma lo avevano avvelenato, lentamente, gli avevano confuso l’identità, i pensieri, i desideri, i valori. Più bravo diventava a dare voce agli altri, meno risultava capace di esprimere se stesso, e questo Rosa aveva iniziato prima a notarlo, poi a riderci sopra, poi a provare a riderci sopra e infine a non sopportarlo più.

    Che gagliardetto era, quindi? L’avrebbe chiesto volentieri ai suoi colleghi, fosse stato meno riservato sulla sua vita privata. Come avrebbe raccontato loro che più volte aveva provato ad allontanarsi da questo supplizio di Tantalo e più volte invece c’era ripiombato dentro, ancora e ancora, nonostante tutto anche per colpa loro, grazie al passaparola – per l’ennesima volta: quanta ironia – di clienti soddisfatti che si dichiaravano con orgoglio “perfettamente rappresentati”. Beati loro. E ogni progetto era più grosso, e importante, e totalizzante del precedente, e lui diventava altro, diventava un altro, ed era poi sempre più difficile liberarsene e regalarsi un po’ di ossigeno.

    “All’ora?”.

    L’SMS anticlimatico di sua madre, pur tristemente consapevole che provare a contattarlo durante una commessa era tutt’al più una perdita di tempo, lo liberò da quelle sabbie mobili di agitazioni e ansie in cui s’era volontariamente incamminato e lo lasciò nuovamente perso e boccheggiante come dopo un amplesso spezzato a metà. Si ritrovò a guardare lo scheletro smunto della pianta di margherite che, testarda, per qualche motivo si ostinava alla vita come sua madre a pretendere una risposta, e si ripromise sconfitto che almeno una delle due cose l’avrebbe risolta.
    Quella sera aveva già una cena in programma, per il compleanno di un vecchio amico, e l’obbligo ad attendervi lo avrebbe schermato da ogni senso di colpa. Sarebbe bastata una chiamata rapida.

    La vista del salotto dal terrazzino lo distrasse dal proposito. I muri bianchi ormai spogli e l’arredamento minimal copiato dalle riviste di architettura contrastavano col caos figlio di una settimana di lavoro troppo intensa e di un nichilismo che si protraeva ormai da ben più tempo. Si fece pena: i suoi ripetuti tentativi di risalire la china e ridarsi una forma in cui si potesse riconoscere non avevano dato alcun risultato. Pure il poster motivazionale – acquistato sull’onda lunga di un lavoro fatto per un mental coach e messo al centro di una parete vuota con una logica che ora pareva sfuggirgli – se ne stava lì immobile in cordoglio, testimone del suo fallimento.

    “Cambia i tuoi pensieri e cambierai il tuo mondo”.

    Quella frase in una bella grafia fiorita dai colori pastello ora gli pareva beffarda, quasi offensiva. Su quali pensieri avrebbe dovuto concentrarsi? Su quelli dell’ecologista indefesso, della madre prima che imprenditrice, del medico con i pazienti sempre al primo posto, di quello, della signorina Sonia, dell’amministratore della banca coi valori? Su quali? “Tuoi” e “tuo” gli ronzavano intorno e lo pungevano fastidiose, una, due, cento volte ma lui non riusciva più ad afferrarle e a imbastirci qualcosa che gli calzasse addosso come un bell’abito, che sentisse suo e solo suo, ogni alternativa gli sembrava roba pensata per altri, già usata da altri e provò rabbia. Provò rabbia. Avrebbe voluto essere come Michelangelo, Botticelli, il Mantegna, persino Picasso, che a loro stessi non avevano rinunciato mai e che avevano lasciato tracce di sé, del loro volto, della loro identità in molte delle proprie opere. Perché con lui succedeva il contrario? Perché i frutti della sua immaginazione gli si appiccicavano addosso come melma e gli toglievano forma e dignità? Si immaginava come un foglio bianco, privo di contenuto. Un vaso vuoto. Si chiese cosa avrebbe mai potuto fare uno che, a ruoli invertiti, si fosse trovato costretto a scrivere di lui. Come ne sarebbe uscito?

    Si mise nervosamente a raccogliere e riordinare le riviste, ad accartocciare e buttare i quotidiani che aveva usato come riferimento nei precedenti giorni di lavoro, a svuotare i piatti accumulati dai residui di cibo e a buttarli in lavastoviglie, e gli sembrava che finalmente almeno le sue mani avessero di nuovo un contorno, gesto dopo gesto, mentre prendevano e spostavano e distruggevano e rassettavano e schiacciavano e smistavano, e che quella rabbia partendo dalle dita pian piano lo stesse riempiendo come acqua con un palloncino, che stesse colmando gli spazi vuoti fra le molecole del suo corpo, si sentiva finalmente sostanza concreta, carne viva, gli sembrava di percepire il sangue che gli correva nelle vene e ridava colore alla pelle. E neanche il suono del citofono fermò l’esaltazione, nemmeno Francesco
    che entrò in casa e si sedette placido sul divano ad aspettare che l’amico fosse pronto. Non gli disse nemmeno una parola, bastò uno sguardo a mendicare un po’ di pazienza – si conoscevano da molto – mentre prima le braccia, poi il busto, poi le gambe ritrovavano un contorno. Osservò con soddisfazione i suoi piedi spostarsi in camera da letto, le mani afferrare dei vestiti puliti e indossarli, la sua testa, proprio la sua, fare capolino dalla t-shirt e di fronte allo specchio mise finalmente a fuoco i suoi occhi. Eccoli. Come in una personale epifania, prese una decisione. Indossò le
    scarpe e tornò in sala.

    “Scrivi tu il messaggio d’auguri anche per me, che sei più bravo?”.

    Francesco lo aspettava sulla porta della camera. Lui lo guardò interdetto, mentre l’amico gli metteva una penna in mano e lo spingeva verso il tavolo.

    “Dai su che siamo in ritardo”.

    Avrebbe voluto fermarlo, raccontargli, spiegargli, ma ancora una volta le parole erano scappate via, forse ridevano di lui. Chissà. Davanti al chiassoso bigliettino d’auguri scelto dall’amico, con quella penna in mano, senti ancora una volta i suoi contorni farsi flebili, sbiadirsi e diluirsi, la rabbia scemare, le risoluzioni svanire. Si stava perdendo di nuovo. Guardò il bigliettino, guardò la penna, trattene il respirò e cominciò.

  • Per sempre il mio Primo Maggio

    Per sempre il mio Primo Maggio

    Avevo compiuto 15 anni il mese prima, nella calura ferragostana. Ma a settembre in Calabria fa ancora caldo, e gli zaini si appiccicano sulla schiena nonostante le magliette a maniche corte e i pantaloni leggeri.

    Il mio era un Seven, una cacofonia di grafiche verdi e azzurre tipiche degli anni Novanta, e pesava come pesano tutti gli zaini nella prima settimana di scuola dopo la leggerezza estiva, riempiti di obblighi che per un attimo avevamo dimenticato.

    Il percorso era sempre lo stesso dell’anno prima. Scuola, pezzo a piedi, autobus, pezzo a piedi, casa. E noi lo facevamo sempre uguale, molli per l’afa del mezzogiorno. C’era il caldo, c’era il verde brillante dei campi d’erba selvatica che riempivano i buchi urbani di Sambiase, c’era l’odore delle “fituselle”, c’era il giallo dei “fiori di ciuccio”, c’erano le case finite e quelle non finite che si alternavano senza ordine, uguali da sempre.

    Poi, superata la curva, c’erano le macchine.

    Troppe.

    Parcheggiate davanti a casa senza un ordine preciso. Quello. Quello è il momento esatto in cui ho capito che qualcosa non andava e ce l’ho ancora tatuato qui nella pancia: ricordo esattamente il tempo che si dilatava, gli spazi e le distanze, ricordo il saluto a Rosanna prima di proseguire verso casa, volutamente calmo per tenere a bada la tempesta dentro, ricordo gli ultimi due minuti a piedi durati un’eternità, i gradini delle scale saliti a uno a uno con gli occhi bassi.

    Come in un film. Maledetta l’empatia di allora e maledetta la memoria visiva che ancora oggi mi fa rivedere tutto momento per momento, come al cinema.

    Mio padre è morto sul lavoro che aveva 52 anni. Un incidente come quelli che a milioni sono successi negli anni, e che ancora succedono. Banali e non banali mai.

    Lo stesso lavoro che ci dà la vità ce la toglie. Lo stesso lavoro che costruisce famiglie le distrugge. Lo stesso lavoro che ci regala un futuro lo stravolge.

    Non è un elemento neutro della nostra vita. C’è. Ci influenza. I

    nfluenza le persone che ci sono attorno. Il lavoro ci rende liberi e ne siamo schiavi. Prendiamone coscienza e riprendiamoci il controllo. Sentiamolo come si sente la faccia con le mani.

    Buon Primo Maggio a tutti. Date un bacio a chi lo merita, fatelo ora.

  • Xander e il caffè

    Tac. Tac. Tac. Tre colpi secchi sul bordo della tazzina e il cucchiaino portato alle labbra, succhiato con lentezza, con indifferenza, i pensieri persi nel momento.

    Alexander Patron beveva il suo caffè così da quasi vent’anni. Ritualistico senza esserne cosciente. Sensuale senza averne volontà.

    Era come se fosse la vita a vivere lui e non il contrario, come se la sua mente mancasse totalmente d’intenzione, di attenzione. Le cose gli accadevano. Le “fortune” gli gravitavano attorno come corpi celesti con un buco nero, e nere diventavano pure loro. Lui lì, nel centro. Come quando ci si ferma sovrappensiero a guardare l’acqua mulinellare nello scarico del lavandino prima che scompaia. Ecco, era così che si sentiva. E questa cosa lo tormentava ormai da anni, gli dava ai nervi: cercava disperatamente di cambiare, di avere voce in capitolo e non ci riusciva. Non che se ne stesse lì, immobile, ad aspettare un risultato che non arrivava mai. Ma qualunque cosa facesse, nulla cambiava: era schiavo di se stesso, del suo volto, del suo corpo, dei suoi gesti.

    Ecco: anche in quel momento si sentiva addosso gli sguardi languidi di almeno un paio dei clienti sparsi fra i tavolini di recupero di quel cafè boho chic di Lower Height. Boho chic. Che fastidio. Già si tendeva sulla sedia, in attesa di parare il colp. Gli pareva quasi di sentire il rumore degli ingranaggi nelle loro teste, persi nel languore della valutazione sull’abbordarlo o meno, su come farlo, su quante possibilità di successo avrebbero avuto, sul considerarlo materiale da marito o una storiella occasionale. Chissà a chi o a cosa stavano rubando l’attenzione per dedicarla a lui. Quel ticchettìo immaginario lo faceva impazzire. Li odiava, li odiava e odiava se stesso per la vanità sorda che nonostante tutto gli cresceva nel petto come uno xenomorfo, pronta a scoppiargli fuori e ucciderlo al primo segno di debolezza. Presto qualcuno si sarebbe mosso.

    Negli ultimi dieci anni aveva provato in ogni modo ad annullarsi, a cancellare il fascino che gli era piombato addosso come una maledizione e non c’era riuscito. Mangiava poco e dormiva meno, tormentato dal senso di colpa per una storia di cui era stato a malapena comparsa. Si contorceva nel rimorso di scelte che non avrebbe comunque potuto compiere e che in ogni caso non avrebbero fatto alcuna differenza, si colpevolizzava nella speranza di infliggersi, lui, il dolore e strapparlo così dalle carni e dallo spirito della sua amica. Che da tempo per altro si era ormai allantonata, disgustata dal suo protagonismo involontario che la eclissava anche nella sofferenza, che non dava spazio a niente, neanche alle sue ferite, che le impediva di guarire, che la soffocava. Stephanie se n’era andata da almeno quattro anni, e forse anche per questo lui aveva deciso di trasferirsi a San Francisco, dove i reietti si accalcano per ricominciare.

    Ma neanche quello era servito. Una città tanto attenta alle differenze da piallarle non era riuscita a rimanere indifferente, e pian piano i nuovi pezzi del puzzle avevano finito per formare la solita immagine.

    Il rimorso gli aveva svuotato il corpo, ma gli occhi incavati e le unghie martoriate dai nervi anziché sottrarre avevano aggiunto, e ai suoi lineamenti regolari s’era unita un’aria decadente che tanto attirava gli sguardi delle crocerossine donne e uomini che popolavano la città, tutti pronti a proporsi d’aiutarlo, a volte in maniera anche troppo esplicita, quando in realtà volevano aiutare solo se stessi. E così il balletto era ricominciato, e la sua educazione cortese gli aveva impedito di scrollarsi di dosso con violenza quell’altruismo di facciata e di liberarsi da quella stretta che piano piano lo schiacciava. Per quanto si allontanasse sorridendo, loro spingevan per avvicinarsi, intrappolati e senza speranza come corpi nelle sabbie mobili. Sempre più pressanti, scivolavano giù e lui con loro.

    Aveva provato, allora, a isolarsi nella lettura, nel tentativo vano di scomparire nei libri e dissolvere le sue ansie nelle storie altrui. E per un attimo aveva funzionato e aveva trovato sollievo nell’oblio, per un attimo aveva potuto cedere il posto sul palcoscenico a protagonisti di cui era impossibile rubare i riflettori, neanche a volerlo, perché anche su questo Stephanie aveva avuto ragione come al solito. Maledetta. Ma quell’attimo era durato poco: non c’è niente che attragga più l’attenzione di uno sguardo rapito da qualcosa, perché si vorrebbe che quegli occhi e quello sguardo fossero rivolti a noi e a noi soltanto. Alexander aveva così scoperto che ai lineamenti regolari e al fascino emaciato si era aggiunto lo charme dell’intellettuale, in una combinazione letale che richiamava alla mente sia citazioni pop sia di cultura alta, da Kurt Cobain ai protagonisti sofferenti di Baudelaire, rendendo la sua già troppo vasta platea ancora più ampia. Quante persone potevano esserci a San Francisco, possibile fossero quasi tutte attratte da lui? E più si poneva domande, più il cruccio lo torturava, più la distrazione e la stanchezza lo rendevano affascinante, in un ciclo apparentemente senza fine.

    Era proprio per sfuggire a un ennesimo approccio non richiesto, garbato e viscido allo stesso tempo come solo certi uomini d’altri tempi sanno essere, che si era rifugiato in quel locale alla ricerca di un attimo di tregua. Aveva scelto un tavolino d’angolo, appartato e poco illuminato, neanche fosse un criminale costretto a cammuffarsi. Ma, ancora una volta, le sue azioni furono ininfluenti al risultato.

    Tac. Tac. Tac. Tre colpi secchi sul bordo della tazzina, il cucchiaio portato lentamente alla bocca e il rumore di una sedia che si spostava.