Claudio Mastroianni

Digital Expert & Cantastorie

  • Prima del Digital Divide, lavoriamo al Cultural Divide

    Prima del Digital Divide, lavoriamo al Cultural Divide
    Uno screenshot dello Shop de Linkiesta dedicato a Eccetera

    Per trovare il primo numero di Eccetera, magazine lifestyle de Linkiesta (co)diretto dalla sempre bravissima Valentina Ardia, questa mattina mi sono messo di buona lena e ho girato quattro edicole – di cui una considerata “la più fornita della città” – e due librerie, una Ubik e una Mondadori.

    Non sono stato fortunato.

    Non è la prima volta che mi succede una cosa del genere. Anche de l’Essenziale, il settimanale di informazione de Internazionale, ho fatto molta fatica a trovare una copia. Anzi: il primo numero qui non è mai arrivato. I successivi, invece, arrivano con 3 giorni pieni di ritardo rispetto a quanto dichiarato: il martedì invece del sabato, una cosa non da poco per un settimanale di cronaca.

    Da quando mi sono trasferito a Cagliari – non uno sperduto paesino nell’entroterra barbaricino: CAGLIARI, capoluogo di una delle venti Regioni d’Italia – mi sono scornato con uno dei grandi problemi dell’Isola: l’accesso ai prodotti editoriali disponibili nel resto della Penisola. Che qui nell’Isola arrivano in gran ritardo, col contagocce o – più di frequente – non sono mai sbarcati.

    (Lo stesso citare Linkiesta – o il suo Magazine cartaceo – qui ottiene come riscontro lo stesso sguardo pieno di stupore delle prime proiezioni di treni in movimento. Mi farei un paio di domande fossi in loro.)

    È un problema. Più grave in Sardegna, certo, ma comune a tante altre zone del Sud d’Italia (praticamente tutte, in realtà). Ci siamo talmente affannati a discutere della questione del #digitaldivide dal finire con il dimenticare un problema ben più radicato e mai risolto: il #culturaldivide.

    La cultura (editoriale di sicuro, ma non solo) in Italia è appannaggio solo di pochissime città. È Milano-centrica. Arriva a Roma, Firenze, Bologna, Torino. Quando è più ardita si spinge fine a Napoli, ma non oltre. E gli altri territori restano a guardare.

    Dice la pagina dello shop de Linkiesta dedicato al magazine: “Eccetera si trova nelle migliori edicole di Milano, Roma, Torino, Firenze, Bologna e altre città di vacanza”.

    “Altre città di vacanza”.

    Perché la cultura non è di chi abita quei territori. Rimane sempre dei Milanesi, che tutt’al più l’esportano e la consumano fra un mojito e l’altro.

  • All’automotive delle donne non importa un fico secco

    All’automotive delle donne non importa un fico secco

    Gli eventi di presentazione di nuovi modelli, nuovi allestimenti, nuove iniziative commerciali sono un grande classico nella vita dei giornalisti automotive (tesserati e non). Roba di lavoro, eh, ma anche momenti di socializzazione che sono il palcoscenico perfetto per sfoggiare conoscenze, competenze e brillantezza. Le cene di gruppo diventano quindi l’occasione perfetta per sfoggiare tutto il proprio repertorio conversazionale fatto di auto di grossa cilindrata, contrattempi ai limiti della legalità e battute di bassa lega.

    Molto maschilista, molto machista.

    L’ambiente automotive è talmente intriso di sessismo che ormai non si pone più neppure il problema di fingere di non esserlo. Lo scorso 8 marzo è stato la consueta Giornata Internazionale della Donna: quasi tutte le testate – online e non – si sono astenute anche solo dal pubblicare gli articoli cliché “Le donne dell’automotive”. Giusto Repubblica, fra le grandi testate, e FleetMagazine fra quelle più settoriali. Motor1 invece ha dirottato le sue risorse editoriali su un articolo dedicato alle “influencer più popolari in Italia”, che ha la stessa funzione delle donne lesbiche nei film porno etero: titillare l’attenzione maschile. E c’erano pure giusto tre nomi in croce. Deprimente.

    Donna, stai al tuo posto (di passeggero)

    La verità è che non c’è poi granché da raccontare. Le figure apicali di sesso femminile nel panorama automobilistico internazionale sono talmente sparute da potersi contare sulle dita di una mano.

    C’è Mary Barra, che dal 2014 – anno dell’insediamento come CEO di General Motors – a oggi è diventata una fra le donne più ricche e influenti secondo Forbes, Fortune e Time (leggetevi la sua bio su Wikipedia, a proposito). Ci sono la cinese Wang Fengyin (CEO di Great Wall) e la vietnamita Le Thi Tun Thuy (CEO di VinFast), di cui è difficile anche trovare foto di dimensioni decenti e il composit fotografico di apertura lo dimostra.

    C’è Linda Jackson, per quasi una decade a capo di Citroën (fino al 2021) e ora CEO di Peugeot dal gennaio 2021, dopo essere rimasta parcheggiata per un anno. C’è Béatrice Foucher, CEO di DS Automobiles (povera, sarà un lavoraccio). C’è Stefanie Wurst, recentissima Head of Mini a partire dallo scorso febbraio 2022. Volendo potremmo metterci anche Anna Gallagher, Brand Director di Jaguar, ma date un’occhiata al Board di JLR e mettetevi paura: persino l’unica donna, Hanne Sørensen, è rappresentata con un linguaggio visivo maschile.

    In Italia la situazione è pure peggiore, con nessuna – nessuna – figura femminile in posizioni di rilievo, se non come responsabile della comunicazione (ma sono sempre meno, e sempre più di nicchia). Abbiamo Maria Conti a capo della Comunicazione globale di Maserati (e vorrei vedere, ha una carrierona alle spalle), Federica Bennato regina della comunicazione di Volkswagen Group Italia e – se la memoria non mi fa gioco – niente altro. Forse qualche sparuta figura di marketing?

    Non c’è nulla che giustifichi una situazione del genere. Non è che queste figure manageriali mettano bocca nelle questioni meccaniche di un’auto fra una riunione e l’altra. Sono uomini di numeri – see what I did here? – mica titolari di un’officina.

    Si dice però che “per fare bene nel mondo dell’automotive si debba essere appassionati di auto, stop”. E per carità, da un certo punto di vista lo credo anche io per quanto mi suoni strano che solo gli uomini siano appassionati di auto. Ma la verità è che questa storia è usata per mantenere il potere in mano a chi ce l’ha già: gli uomini.

    Persino in un ambito genericamente considerato unisex – quello del design – le donne sono tutt’al più relegate ai Materiali e ai Colori, nei casi migliori agli Interni. Non c’è nessuna donna che abbia preso in mano una matita negli ultimi venti anni e disegnato gli esterni di un’auto? Possibile? Sono tutte pessime designer ma con un ottimo occhio per i colori e i tessuti? Cosa sono, sarte?

    Do you know what it feels like in this world for a girl?

    C’è un video potentissimo di Guy Ritchie per Madonna che usa proprio il mondo delle auto come metafora femminista. In un mondo popolato da uomini, Madonna accompagna un’anziana nel suo ultimo viaggio: adrenalinico, provocatore, violento. Un video che usa gli archetipi maschili per raccontare una storia di liberazione, più che di vendetta. Guardatelo.

    Nei miei anni di vita nel mondo automotive, ho visto e sentito di tutto: PR professioniste trattate dai giornalisti come cameriere, quando andava bene; quando andava male, costrette a dribblare tentativi di approccio maldestri fatti da uomini privi di fascino e di senso del ridicolo, oltre che rispettosi del contesto (lavorativo); donne messe da parte per favorire colleghi maschi meno preparati ma più camerati; redarguite, se con la loro preparazione mettevano in cattiva luce il maschio al potere. Testa bassa e spirito servizievole: la richiesta è questa.

    Nell’automotive, le donne sono considerate come figurine di contorno, necessaria bella presenza, a cui è richiesto di vestirsi bene, di essere sexy ma non troppo (l’immaginario è sempre quello della pornosegretaria, ovviamente: una donna integerrima che si lascia sedurre dall’uomo di valore), di stare al loro posto, di non allargarsi. Eye candy, direbbero gli inglesi. Belle che non ballino troppo. Una versione ripulita e presentabile del calendario con le donne nude nelle officine, in pratica.

    E non è un caso che alle donne il mondo delle auto proprio non sappia parlare, né con il prodotto né con il marketing. Che le releghi sempre a figura di madre scarrozzatrice o di figurina elegante che compra un’auto vecchia di dieci anni solo perché è firmata Alberta Ferretti oggi, Monella Vagabonda domani, D&G dopodomani. Che usi loro per raccontare quanto un’auto sia facile da guidare e gli uomini per raccontare quanto un’auto sia divertente da guidare.

    Una visione rigida e schematica dei ruoli di genere che nel 2022 non dovrebbe avere più senso, e invece eccola qui. Inamovibile. Un segreto di pulcinella, per altro, di cui si parla pochissimo, perché a parlarne dovrebbero essere altri maschi (giornalisti) che sono parte stessa – e anche grossa – del problema.

    Almeno questo velo lo vogliamo squarciare? Credo sia arrivato il momento di farlo.

  • Carol Hubscher: la donna dietro la matita

    Carol Hubscher: la donna dietro la matita

    Secondo Carole Hubscher, gli svizzeri e gli italiani hanno una cosa che li accomuna più di quanto il resto li divida: l’amore per l’artigianato, la manifattura.

    Insomma: siamo popoli pratici, che amano fare, costruire, creare. Sporcarsi le mani.

    Presidente di Caran d’Ache, marchio che ci ha regalato strumenti per la scrittura e il disegno iconici come il portamine Fixpencil o le matite acquerellabili Prismalo, l’abbiamo incontrata in occasione della Milano Design Week e della presentazione dell’edizione speciale della Fixpencil firmata Mario Botta, e ne abbiamo approfittato per sederci con lei e farci raccontare la sua visione del design, filtrata dalla lente di chi trasforma il prodotto in progetto imprenditoriale.

    “Un prodotto di design è un qualcosa che sì può passare alle generazioni future, una bella storia, un prodotto iconico. Questo è il design”, ci ha raccontato Carole. “Prendete la nostra Fixpencil, ad esempio: è un vero prodotti di design perché non è qualcosa che segue le mode. È rimasta e rimane sempre se stessa”.

    E in effetti stiamo parlando di un prodotto con quasi 90 anni di storia, nato per merito di due degli elementi che costruiscono la base dell’innovazione: la necessità e l’intuizione. Nel 1929 – anno di creazione della Fixpencil – il legno di cedro che costituisce l’armatura delle classiche matite scarseggiava, ed è da questa necessità che l’ingegnere Carl Schmid ebbe l’intuizione di creare una armatura meccanica, un portamine a pinze in grado di sfruttare direttamente le mine in grafite.

    Un’idea semplice accompagnata da scelte di design vincenti (la forma esagonale della Fixpencil richiama quella delle matite a cui siamo abituati) ed ecco un oggetto senza tempo, valido e apprezzatissimo ancora adesso.

    Carole Hubscher ci scherza su: “È il regalo perfetto: c’è una storia dietro, ed è anche più economica di un mazzo di fiori”.

    “Quando hai un prodotto iconico, si vende da solo: la gente ne conosce bene la qualità, e sa di non correre un rischio o rimanerne deluso“. 

    La Hubscher ci racconta della sua azienda con la chiarezza, la calma e l’energia di una persona che ha piena fiducia nel suo marchio.

    Che, dopotutto, ha tranquillamente superato il traguardo dei cent’anni (e qualcosa vorrà pur dire).

    Caran d’Ache è un ‘love brand’, un marchio che si ama, che si lega ai nostri sentimenti: ci ricorda la nostra infanzia, i bei momenti della nostra vita. Sono molto orgogliosa di esserne presidente, soprattutto perché si tratta di un marchio che è ancora al 100% svizzero: creiamo e produciamo in Svizzera, senza nessuna esternalizzazione all’estero”.

    “Quello che vorrei aggiungere all’azienda, come primo presidente donna, è una maggiore trasparenza comunicativa: abbiamo così tanto da raccontare, e finora abbiamo detto pochissimo, ci siamo solo concentrati sulla produzione. Ma oggi come oggi la gente vuole conoscere la storia dei prodotti che acquista. Che cosa c’è dietro a un brand”.

    Storia, storia, storia: una parola che ritorna spesso nella nostra intervista, un concetto che Carole Hubscher sembra amare particolarmente e che accompagna la sua visione del marchio.

    Certo, con un heritage così forte come quello di Caran d’Ache la tentazione potrebbe essere quella di sedersi, rilassarsi e affidarsi a oggetti iconici come la Fixpencil, o le matite Prismalo, o le stilografiche Madison, o le classiche penne a sfera 849.

    Tutti prodotti che si vendono da soli, come ricordava la presidentessa.

    Invece l’azienda svizzera ha optato per una strategia intelligente, fatta anche (e soprattutto) di edizioni speciali che vedono il coinvolgimento di architetti, designer, artisti.

    Un omaggio a chi quei prodotti li usa davvero tutti i giorni (Joan Mirò e Picasso, per citare due nomi), ma anche una strizzata d’occhio agli amanti del collezionismo, sempre alla ricerca di sfizi e novità.

    Paul Smith, India Mahdavi, Claudio Colucci, lo stesso Mario Botta: personaggi che hanno messo la loro firma e la loro cifra stilistica sulla cancelleria made in Swiss, andando ad arricchire e rinfrescare il catalogo di Caran d’Ache con veri e propri oggetti del desiderio.

    “Penso che sia molto importante che ci siano storie reali dietro alle collaborazioni che nascono fra un brand e gli artisti”, sottolinea però la Hubscher.

    “Con Mario Botta, per esempio: Mario usa da molto tempo la nostra FixPencil, ne ha una rossa sempre nel taschino”. Per questo motivo Caran d’Ache ha deciso di approcciarsi ancora una volta a Botta (aveva già firmato una stilografica nel 2005) chiedendogli di metterci la testa. Rilavorando la Fixpencil con il suo stile personale. 

    “… e si vede immediatamente la firma di Mario Botta, a colpo d’occhio”, conclude Carole Hubscher. “Si dice che una delle prime cose che Botta dice ai suoi studenti è ‘Dimenticate i computer: prendete una Fixpencil e imparate a disegnare a mano libera’. Ed è proprio vero: l’atto creativo nasce da una connessione fra quello che hai in mente e la tua mano. I primi schizzi, le prime fasi di un progetto… è importantissimo che vengano fatte a mano”.

    Perché il passato, la tradizione devono essere amati e rispettati.

    Le nuove tecnologie possono aiutare i designer, velocizzare la produzione, creare nuovi materiali e nuove soluzioni. Ma per dare forma al pensiero, prima di tutto, serve un foglio di carta. E una matita.