Claudio Mastroianni

Digital Expert & Cantastorie

  • Il confine fra marketing etico e marketing sciacallo è labile

    Il confine fra marketing etico e marketing sciacallo è labile

    Nei giorni immediatamente successivi allo scoppio della guerra in Ucraina a seguito dell’ingiustificata aggressione da parte di Putin, molte aziende si sono trovate nella situazione di dover esistere e operare in un contesto storico in cui il business as usual non era più una strada percorribile.

    Per lo meno dal punto di vista della comunicazione e del marketing.

    Viviamo in una società che ha abituato il pubblico ad aziende che si espongono e comunicano quotidianamente su temi di cronaca, politica, rilevanza sociale. È il real time marketing, sono le campagne di advertising sulla festa delle donne, sono i post su #freeRenatino.

    E ora, con le televisioni e le radio e i quotidiani e i social network invasi dalle notizie sul conflitto in Ucraina, il loro silenzio risulta assordante (come fa notare anche Vincenzo Cosenza in un post su LinkedIn).

    Storia di chi parla e di chi sta zitto

    Il mercato italiano, da questo punto di vista, si è rivelato estremamente attendista. Sono molto poche le aziende di una certa rilevanza che hanno preso una posizione chiara e pubblica in relazione alla aggressione da parte di Putin, e ancora meno quelle che hanno dimostrato di essere quanto meno consapevoli che in Ucraina una guerra c’è.

    Hanno fatto qualcosa le compagnie telefoniche – Vodafone, Iliad, WindTre (fra le prime a muoversi), Fastweb, TIM – che hanno offerto chiamate gratuite verso l’Ucraina o roaming gratuito per chi si trova in territorio ucraino. Hanno fatto pochissimo i brand della grande distribuzione organizzata, con la sola Coop che si è esposta con un generico post #nowar su Facebook e il silenzio da parte di praticamente tutte le altre realtà nazionali. Non hanno fatto niente i brand energetici, che lateralmente sono coinvolti da questa crisi. Non ha fatto niente neppure Taffo, che nel real time marketing ci sguazza sempre e ne fa motivo di vanto e che in questa occasione – forse anche a ragione – ha preferito invece esplicitare la volontà di restare in silenzio sul tema.

    L’unico brand di una certa rilevanza in Italia a esporsi in maniera netta in relazione al conflitto ucraino-russo è stato La Feltrinelli, che ha modificato tutto il branding dei suoi account social in ottica di ripudio della guerra e di sostegno al popolo ucraino. La modifica ha riguardato sia l’account La Feltrinelli che la quello del Gruppo Feltrinelli che quello della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli.

    Ucraina e Russia, sostegni mitologici e fake news

    D’altro canto, la fame del pubblico di prese di posizione da parte delle aziende – ormai addestrato dai vari uffici di marketing a pensare alle aziende come estensioni della propria persona – ha portato al diffondersi di una serie di notizie relative a mirabolanti azioni in ottica anti-russa di svariati brand internazionali.

    Secondo queste fonti, PornHub avrebbe ad esempio bloccato l’accesso del proprio sito alle persone che navigano da indirizzi IP russi. Notizia ripresa da numerosi influencer, personaggi dell’informazione e testate italiane salvo poi essere smentita prima da BUTAC e poi da Giornalettismo (molte testate però non se ne sono ancora accorte, e continuano a rilanciare la notizia).

    Ancora: fonti svariate hanno affermato negli scorsi giorni che OnlyFans avrebbe bloccato l’accesso al servizio da parte dei creator presenti su territorio russo e bielorusso, dando l’idea di un supporto morale alle popolazioni ucraine. Una notizia che ha creato più di un malumore fra molti dei lavoratori del sesso presenti sul territorio. Anche questa era una notizia falsa, o meglio: distorta. OnlyFans ha bloccato – e poi ripristinato – gli account di svariati content creator russi per ragioni prettamente finanziarie: a seguito delle limitazioni imposte da Stati Uniti, Canada, Unione Europea ai conti bancari russi, il pagamento è diventato difficile se non impossibile.

    Prendere posizione è possibile? Prendere posizione è giusto?

    Che lezioni possiamo imparare, in relazione al marketing e alla comunicazione, da questo scenario obiettivamente molto confuso?

    Innanzitutto che si raccoglie ciò che si semina: il marketing moderno (fra iniziative di responsabilità sociale e uso e abuso di influencer marketing) ha trasformato i brand in soggetti con una personalità e dei valori pubblicamente accessibili, e ha addestrato la gente comune a notarli, dargli peso, e a farsi guidare dagli stessi nel costruire un rapporto con le aziende. Questo ha recato sì benefici ai brand dal punto di vista competitivo, ma allo stesso tempo ha sviluppato aspettative nel pubblico. Che non possono essere deluse, e sono sempre più alte. Per quanto ancora le aziende potranno far finta di niente, congelare i propri piani editoriali, provare a parlare d’altro senza pestare troppo i piedi a qualcuno? Non si può essere carta da parati per sempre: non prendere posizione è prendere posizione, nelle situazioni di conflitto.

    In secondo luogo, che non ci si può neanche permettere di portare avanti con leggerezza operazioni di marketing etico e valoriale: il caso di OnlyFans in Russia ha aperto gli occhi su come una semplice azione possa privare le persone delle proprie fonti di sostentamento. Punire i russi per le azioni del proprio leader è sbagliato. Ma è un discorso valido in qualsiasi contesto: se si punta su azioni di marketing che hanno componenti di valutazione etica, bisogna avere la piena consapevolezza delle ramificazioni che la propria posizione ha.

    Questo però non deve spaventare. Prendere posizione su tematiche di questo livello si può e si deve fare.

    I brand si trovano sì fra l’incudine e il martello, ma questo non implica la perdita del controllo sulle proprie scelte comunicative, di marketing e di business. Se una azienda ha costruito fondamenta etiche solide, basterà applicarle con buon senso anche in contesti così fuori dall’ordinario. Il pubblico, che stupido non è, capirà.

  • Il personal branding e il controllo della narrazione

    [Di questo post, due giorni fa, avevo scritto un lungo testo. Non mi convinceva. L’ho messo da parte, e l’ho riscritto: una comunicazione efficace è una comunicazione consapevole, volontaria, capace di riconoscere anche i messaggi veicolati in maniera non intenzionale. Non sempre è possibile – siamo esseri umani, non macchine – ma quando succede, bisogna sempre darsi ascolto.]

    Il personal branding è un’attività di marketing che lavora sull’individuo. In sostanza, fa con le persone quello che il branding realizza con le aziende: evidenziare l’unicità e le particolarità di un soggetto rispetto a tutti gli altri soggetti presenti all’interno di un mercato competitivo.

    Definizione noiosa? Sì.

    Semplifichiamo: il personal branding è il modo con cui una persona si presenta agli altri. Una vetrina di ciò che un individuo vuole far vedere di se stesso.

    È un’attività che ciascuno di noi porta avanti sempre, che ne sia consapevole o meno. In ogni momento della nostra vita, con ogni scelta che operiamo: come tendo a ripetere (eccessivamente) durante i miei corsi, “tutto è comunicazione, tutto comunica qualcosa”. Il modo in cui ci vestiamo, pettiniamo, trucchiamo, gli oggetti che acquistiamo e quelli che usiamo quotidianamente, le parole che pronunciamo e quelle che non pronunciamo, il modo in cui scriviamo, le relazioni che intrecciamo. Tutti questi elementi raccontano qualcosa di noi, raccontano la nostra storia.

    Il personal branding fa sì che tutte queste scelte avvengano in maniera intenzionale, determinata: come dice Wikipedia – nella voce in lingua inglese, molto meglio scritta di quella in italiano – si tratta di una forma di “self-packaging”, di “inscatolamento del prodotto”. E il prodotto siamo noi.

    Dal “personal branding” alla “narrazione di sé”

    Per anni, io e Domitilla Ferrari abbiamo costruito il nostro rapporto di amicizia su un gentlemen’s disagreement relativo alle sempre più diffuse pratiche di applicazione del personal branding: io lo vedevo come fumo negli occhi, lei con molta più fascinazione. Ora che non sono più né giovane né estremista nelle opinioni, devo concederle la vittoria: nel personal branding non c’è nulla di male, di per sé. Con qualche distinguo.

    Il problema – dal mio punto di vista – è di concetto, di approccio e terminologico.

    • Di concetto, perché l’idea che si possa costruire a tavolino una identità personale è… fondamentalmente sbagliata: la nostra identità è figlia di un processo culturale, personale e storico che stratifica tutte le esperienze, i contesti e le relazioni che hanno costrellato la nostra vita. Pretendere di voler mostrare una caratteristica personale che non fa parte del nostro mindset, o di nascondere completamente un difetto che è parte di noi, ci espone all’incoerenza. E nessuno con coscienza si affiderebbe a una persona incoerente, sul lavoro e nella vita privata.
    • Di approccio, perché – stante quanto sopra – non ha alcun senso partire dal risultato finale che si pretende di ottenere perché percepito più efficace o maggiormente di successo (come tanti Guru del Personal Branding e Motivatori Della Rete pretendono di fare). Si deve, semmai, partire da una analisi personale e quanto più brutalmente onesta possibile, in positivo e in negativo: partire dall’as is, come dicono quelli bravi con il linguaggio imprenditoriale, e da lì comprendere come raccontare se stessi, non cosa raccontare di se stessi.
    • Terminologico, perché il termine “personal branding” si è ormai stratificato nel nostro linguaggio e nella nostra cultura più come sofisticazione che come racconto.

    Per queste ragioni più che di “personal branding” preferisco parlare di controllo della narrazione di sé. Un processo basato su scelte coscienti, a loro volta basate su autoconsapevolezza e accettazione personale. Non per creare filtri e barriere, ma per far sì che TUTTO ciò che sono – accento su “tutto – venga comunicato in maniera comprensibile e contestualizzata.

    Questione di sfumature, per qualcuno. Ma che fanno la differenza.

    Personale, professionale e lavoro

    Facciamo un esempio pratico: io.

    Non sono una persona asettica nei rapporti umani. Anche sul lavoro sono una persona che applica le sue competenze mantenendo un rapporto empatico con colleghi, superiori, committenti, studenti. È un difetto? No. Ma ci sono persone che invece associano la professionalità a una certa separazione fra l’uomo e la sua attività lavorativa.

    Se dovessi seguire i dettami del personal branding attuale, dovrei presentarmi al pubblico in una maniera “tradizionalmente” professionale: giacca e cravatta, linguaggio tecnico e numerico, pochi fronzoli. Una comunicazione statica, granitica. Funzionale al raggiungimento di un target esteso. Che non sarebbe però coerente con quello che poi offrirei io al mio cliente.

    Qui entra in gioco invece il controllo della narrazione: anziché millantare caratteristiche che non mi appartengono, posso fornire strumenti interpretativi per aiutare il pubblico a comprendere come ciò che sono può venirgli utile. Posso smontare l’equazione “rigoroso = professionale”. Posso sottolineare l’importanza dell’empatia nel trovare soluzioni condivise a problemi complessi. Posso enfatizzare le fondamenta relazionali di qualsiasi attività comunicativa.

    È quello che ho appena fatto, per intenderci, con voi che avete letto fin qui.

    Niente di quanto descritto finora è semplice. Si tratta di uno sforzo cosciente, continuo e – come già detto – consapevole. Va portato avanti con misura, rispettando l’interlocutore e la sua intelligenza. Deve essere una comunicazione informativa, non manipolatoria (a proposito: sul tema c’è molto da dire, lo aggiungo alla mia to-do list). Deve fornire valore che vada oltre l’autopromozione. E soprattutto deve essere coerente, coerente, coerente: con il soggetto della comunicazione, con il contesto della comunicazione e nel corso del tempo.

    Non è facile.

    Ma se comunicare bene fosse facile, tutti sarebbero in grado di farlo e noi vivremmo in un mondo migliore. Decisamente migliore.