Claudio Mastroianni

Digital Expert & Cantastorie

  • Il personal branding e il controllo della narrazione

    [Di questo post, due giorni fa, avevo scritto un lungo testo. Non mi convinceva. L’ho messo da parte, e l’ho riscritto: una comunicazione efficace è una comunicazione consapevole, volontaria, capace di riconoscere anche i messaggi veicolati in maniera non intenzionale. Non sempre è possibile – siamo esseri umani, non macchine – ma quando succede, bisogna sempre darsi ascolto.]

    Il personal branding è un’attività di marketing che lavora sull’individuo. In sostanza, fa con le persone quello che il branding realizza con le aziende: evidenziare l’unicità e le particolarità di un soggetto rispetto a tutti gli altri soggetti presenti all’interno di un mercato competitivo.

    Definizione noiosa? Sì.

    Semplifichiamo: il personal branding è il modo con cui una persona si presenta agli altri. Una vetrina di ciò che un individuo vuole far vedere di se stesso.

    È un’attività che ciascuno di noi porta avanti sempre, che ne sia consapevole o meno. In ogni momento della nostra vita, con ogni scelta che operiamo: come tendo a ripetere (eccessivamente) durante i miei corsi, “tutto è comunicazione, tutto comunica qualcosa”. Il modo in cui ci vestiamo, pettiniamo, trucchiamo, gli oggetti che acquistiamo e quelli che usiamo quotidianamente, le parole che pronunciamo e quelle che non pronunciamo, il modo in cui scriviamo, le relazioni che intrecciamo. Tutti questi elementi raccontano qualcosa di noi, raccontano la nostra storia.

    Il personal branding fa sì che tutte queste scelte avvengano in maniera intenzionale, determinata: come dice Wikipedia – nella voce in lingua inglese, molto meglio scritta di quella in italiano – si tratta di una forma di “self-packaging”, di “inscatolamento del prodotto”. E il prodotto siamo noi.

    Dal “personal branding” alla “narrazione di sé”

    Per anni, io e Domitilla Ferrari abbiamo costruito il nostro rapporto di amicizia su un gentlemen’s disagreement relativo alle sempre più diffuse pratiche di applicazione del personal branding: io lo vedevo come fumo negli occhi, lei con molta più fascinazione. Ora che non sono più né giovane né estremista nelle opinioni, devo concederle la vittoria: nel personal branding non c’è nulla di male, di per sé. Con qualche distinguo.

    Il problema – dal mio punto di vista – è di concetto, di approccio e terminologico.

    • Di concetto, perché l’idea che si possa costruire a tavolino una identità personale è… fondamentalmente sbagliata: la nostra identità è figlia di un processo culturale, personale e storico che stratifica tutte le esperienze, i contesti e le relazioni che hanno costrellato la nostra vita. Pretendere di voler mostrare una caratteristica personale che non fa parte del nostro mindset, o di nascondere completamente un difetto che è parte di noi, ci espone all’incoerenza. E nessuno con coscienza si affiderebbe a una persona incoerente, sul lavoro e nella vita privata.
    • Di approccio, perché – stante quanto sopra – non ha alcun senso partire dal risultato finale che si pretende di ottenere perché percepito più efficace o maggiormente di successo (come tanti Guru del Personal Branding e Motivatori Della Rete pretendono di fare). Si deve, semmai, partire da una analisi personale e quanto più brutalmente onesta possibile, in positivo e in negativo: partire dall’as is, come dicono quelli bravi con il linguaggio imprenditoriale, e da lì comprendere come raccontare se stessi, non cosa raccontare di se stessi.
    • Terminologico, perché il termine “personal branding” si è ormai stratificato nel nostro linguaggio e nella nostra cultura più come sofisticazione che come racconto.

    Per queste ragioni più che di “personal branding” preferisco parlare di controllo della narrazione di sé. Un processo basato su scelte coscienti, a loro volta basate su autoconsapevolezza e accettazione personale. Non per creare filtri e barriere, ma per far sì che TUTTO ciò che sono – accento su “tutto – venga comunicato in maniera comprensibile e contestualizzata.

    Questione di sfumature, per qualcuno. Ma che fanno la differenza.

    Personale, professionale e lavoro

    Facciamo un esempio pratico: io.

    Non sono una persona asettica nei rapporti umani. Anche sul lavoro sono una persona che applica le sue competenze mantenendo un rapporto empatico con colleghi, superiori, committenti, studenti. È un difetto? No. Ma ci sono persone che invece associano la professionalità a una certa separazione fra l’uomo e la sua attività lavorativa.

    Se dovessi seguire i dettami del personal branding attuale, dovrei presentarmi al pubblico in una maniera “tradizionalmente” professionale: giacca e cravatta, linguaggio tecnico e numerico, pochi fronzoli. Una comunicazione statica, granitica. Funzionale al raggiungimento di un target esteso. Che non sarebbe però coerente con quello che poi offrirei io al mio cliente.

    Qui entra in gioco invece il controllo della narrazione: anziché millantare caratteristiche che non mi appartengono, posso fornire strumenti interpretativi per aiutare il pubblico a comprendere come ciò che sono può venirgli utile. Posso smontare l’equazione “rigoroso = professionale”. Posso sottolineare l’importanza dell’empatia nel trovare soluzioni condivise a problemi complessi. Posso enfatizzare le fondamenta relazionali di qualsiasi attività comunicativa.

    È quello che ho appena fatto, per intenderci, con voi che avete letto fin qui.

    Niente di quanto descritto finora è semplice. Si tratta di uno sforzo cosciente, continuo e – come già detto – consapevole. Va portato avanti con misura, rispettando l’interlocutore e la sua intelligenza. Deve essere una comunicazione informativa, non manipolatoria (a proposito: sul tema c’è molto da dire, lo aggiungo alla mia to-do list). Deve fornire valore che vada oltre l’autopromozione. E soprattutto deve essere coerente, coerente, coerente: con il soggetto della comunicazione, con il contesto della comunicazione e nel corso del tempo.

    Non è facile.

    Ma se comunicare bene fosse facile, tutti sarebbero in grado di farlo e noi vivremmo in un mondo migliore. Decisamente migliore.

  • Qualche nota sul nuovo ClaudioMastroianni.com

    Qualche nota sul nuovo ClaudioMastroianni.com

    Partiamo dal dare a Cesare quel che è di Cesare: tutto quello che vedete su questo dominio è stato fatto da me, tranne il logo.

    Il mio nuovo logo è infatti frutto del bel lavoro di Riccardo Fano, grafico e illustratore (e ora anche scrittore: qui trovate il suo Parole., la cui realizzazione tecnica è – incidentalmente – mia).

    La mia richiesta era relativa a un logo che potesse operare una sintesi fra quelli che considero i tre aspetti cardine della mia formazione professionale – editoria digitale, tecnica e creatività – a cui affiancare la mia filosofia del “big problems, simple solutions”.

    Il logo li riassume, dal mio punto di vista, in maniera egregia: nella semplicità e pulizia delle linee, nella scelta del carattere tipografico e nell’utilizzo dello slash come elemento grafico caratterizzante, che rimanda alle URL del Web ma anche al linguaggio HTML.

    Grazie, Riccardo. A buon rendere.

    CMS, Hosting e linee di comando: WordPress, Dreamhost e WP-CLI

    Come potete leggere nel footer, ClaudioMastroianni.com è basato su piattaforma WordPress.

    WordPress è un CMS (Content Management System) gratuito che è diventato oramai la soluzione standard per la realizzazione di progetti editoriali sul Web.

    È un sistema che conosco molto bene e che è evoluto con una velocità esponenziale nel corso degli anni: la sua ultima iterazione sfrutta un editor visuale che permette di costruire il layout di ogni articolo in maniera molto granulare. Basta avere un’idea chiara di cosa si vuole realizzare.

    L’hosting su cui si appoggia ClaudioMastroianni.com è invece fornito da Dreamhost, che mi supporta/sopporta ormai da più di una decina di anni. È affidabile, è flessibile e ha un costo relativamente accessibile (fra i 60 e i 70 euro all’anno, in base al cambio dal Dollaro all’Euro). Per installare WordPress ho utilizzato il loro pratico servizio di One-Click Install di Dreamhost, che snellisce il processo e lo rende a prova di sciocchi.

    Il tema grafico, invece, è stata tutta un’altra cosa: l’ho realizzato completamente da zero. Sono partito da questa guida di Steve Polito con le istruzioni per creare un template basato su Bootstrap: grazie a lui ho scoperto dell’esistenza di WP-CLI, un sistema di controllo a linea di comando che ha cambiato molto il mio modo di rapportarmi a WordPress. Si tratta di un sistema abbastanza tecnico, ma molto interessante: non si finisce mai di imparare.

    Bootstrap 5: grazie di esistere

    La grafica di questo sito è stata totalmente costruita da me, l’ho già detto?

    L’ho costruita sfruttando il framework Bootstrap – per dirla in maniera semplice: si tratta di un insieme di regole che semplificano e schematizzano lo sviluppo di siti e applicazioni web, ma potete approfondire di più su Wikipedia – che continuo ad apprezzare ogni giorno di più.

    Non sono un web designer, non sono un web developer, ma ho una formazione tecnica che mi permette di sporcarmi le mani. E me le sono sempre sporcate, soprattutto per i miei siti e per i miei progetti.

    Grazie a Bootstrap posso fare molto di più.

    Perché posso attingere a un patrimonio di lavoro condiviso di developer e designer che hanno dedicato parte del loro tempo e delle loro vite per aiutare a creare un Web più ricco, bello, usabile.

    Ragazzi: internet è proprio questa roba qui: condivisione della conoscenza e delle competenze. Bootstrap è uno di quei progetti che mi riconcilia con il mondo: grazie a tutti quelli che ci hanno lavorato.

    Una grafica ispirata a (omissis)

    Quando ho mostrato in anteprima il mio sito al mio amico davidepiantala, il suo commento è stato “mi piace il taglio magazine che gli hai dato”.

    Ne sono rimasto contento: l’ispirazione era proprio quella legata ai newsmagazine, ai prodotti editoriali e tipografici. Una grafica orientata più al testuale che al visivo, all’immagine, al video.

    A dirla tutta, l’idea iniziale era ancora più radicale e doveva avere maggiori richiami visivi al mio lavoro: l’uso delle parole, principlamente. Ma in Rete tutto è frutto di sintesi tra realtà ed esigenze diverse e così sono arrivati i colori, le icone, le immagini.

    Custom Post Type come se piovesse

    In questo tema – che ho banalmente chiamato “CMTheme”, perché la fantasia è caratteristica tipica dei copy ma MAI quando si tratta di se stessi – ho fatto un pesante uso dei Custom Post Type di WordPress (se volete saperne di più, c’è un articolo molto completo di Rachel McCollins su Kinsta).

    I Custom Post Type sono uno strumento molto potente messo a disposizione con le versioni più recenti di WordPress che lo hanno davvero trasformato da un semplice strumento di blogging a uno strumento di gestione dei contenuti.

    Sono Custom Post Type tutte le pagine legate alla mia offerta professionale, tutti gli elementi del mio portfolio ma anche componenti più strutturali del sito, come le voci di menù, alcuni elementi del footer e della home-page.

    Questo mi ha permesso di avere un layout articolato ma modificabile in base alle mie esigenze, volta per volta, senza dover mettere mano al codice.

    Usi e abusi delle fasi Beta

    Il sintèma “in fase beta” è ormai diventato standard (abusato) di ogni rilascio digitale, un po’ a mascherare lavori spesso fatti alla carlona (un altro sintèma), un po’ a dimostrare quanto complessa sia diventata la Rete oggigiorno.

    Detto questo, ClaudioMastroianni.com è effettivamente in fase beta, per quanto avanzata: potrete trovare – anzi sicuramente lo farete – errori, imprecisioni, contenuti da aggiornare o popolare. Si tratta di un progetto complesso fatto in totale autonomia: portate pazienza. E se vi va segnalatemi tutto quello che c’è da segnalare: nei commenti, via mail o attraverso i miei account social.