Claudio Mastroianni

Digital Expert & Cantastorie

  • Memorie di un giorno di guerra

    Memorie di un giorno di guerra

    Non avrei mai pensato di diventare testimone storico della Terza Guerra Mondiale. Ne avrei fatto volentieri a meno.

    Quando me ne chiederanno conto, quando mi domanderanno cosa ho provato – se ce ne sarà occasione – racconterò del senso di impotenza diffuso, e soffuso, e totalizzante. Che non ti fanno studiare sui banchi di scuola, perché la guerra è sempre raccontata dal punto di vista dei potenti, dei politici, dei regnanti. Di chi muove le pedine come in un gioco del Risiko. Non dal punto di vista delle pedine.

    Questo racconterò.

    E racconterò della rabbia che dopo lo sbigottimento cresce, piano, nei confronti degli altri – ora ugualmente impotenti – che hanno sostenuto direttamente o indirettamente le figure che queste pedine le hanno mosse. I mille Salvini e le mille Meloni che hanno sostenuto Putin per tornaconto personale. Quelli che hanno sostenuto i Salvini e le Meloni per lo stesso motivo. E così via, a scalare.

    Questo racconterò.

    E proverò a spiegare il senso di disagio che si prova al pensiero di dover combattere una guerra con una guerra, all’idea di dover prendere una posizione morale che tuteli la libertà individuale dei popoli, il principio di autodeterminazione, che li difenda dalle invasioni e dai soprusi, e nel sapere che questa posizione passa attraverso l’accettazione della violenza in risposta. Il paradosso della tolleranza: “cercatelo su Wikipedia”, dirò. Chissà se ci sarà ancora Wikipedia, se ci sarà ancora Google, se ci sarà ancora Facebook. Chissà se ci sarà un termine nuovo che avremo coniato dopo questa guerra. Chissà se avremo imparato una nuova lezione. Chissà se ci saremo ancora noi.

    Questo racconterò.

    Ma ne avrei fatto volentieri a meno.

  • Per sempre il mio Primo Maggio

    Per sempre il mio Primo Maggio

    Avevo compiuto 15 anni il mese prima, nella calura ferragostana. Ma a settembre in Calabria fa ancora caldo, e gli zaini si appiccicano sulla schiena nonostante le magliette a maniche corte e i pantaloni leggeri.

    Il mio era un Seven, una cacofonia di grafiche verdi e azzurre tipiche degli anni Novanta, e pesava come pesano tutti gli zaini nella prima settimana di scuola dopo la leggerezza estiva, riempiti di obblighi che per un attimo avevamo dimenticato.

    Il percorso era sempre lo stesso dell’anno prima. Scuola, pezzo a piedi, autobus, pezzo a piedi, casa. E noi lo facevamo sempre uguale, molli per l’afa del mezzogiorno. C’era il caldo, c’era il verde brillante dei campi d’erba selvatica che riempivano i buchi urbani di Sambiase, c’era l’odore delle “fituselle”, c’era il giallo dei “fiori di ciuccio”, c’erano le case finite e quelle non finite che si alternavano senza ordine, uguali da sempre.

    Poi, superata la curva, c’erano le macchine.

    Troppe.

    Parcheggiate davanti a casa senza un ordine preciso. Quello. Quello è il momento esatto in cui ho capito che qualcosa non andava e ce l’ho ancora tatuato qui nella pancia: ricordo esattamente il tempo che si dilatava, gli spazi e le distanze, ricordo il saluto a Rosanna prima di proseguire verso casa, volutamente calmo per tenere a bada la tempesta dentro, ricordo gli ultimi due minuti a piedi durati un’eternità, i gradini delle scale saliti a uno a uno con gli occhi bassi.

    Come in un film. Maledetta l’empatia di allora e maledetta la memoria visiva che ancora oggi mi fa rivedere tutto momento per momento, come al cinema.

    Mio padre è morto sul lavoro che aveva 52 anni. Un incidente come quelli che a milioni sono successi negli anni, e che ancora succedono. Banali e non banali mai.

    Lo stesso lavoro che ci dà la vità ce la toglie. Lo stesso lavoro che costruisce famiglie le distrugge. Lo stesso lavoro che ci regala un futuro lo stravolge.

    Non è un elemento neutro della nostra vita. C’è. Ci influenza. I

    nfluenza le persone che ci sono attorno. Il lavoro ci rende liberi e ne siamo schiavi. Prendiamone coscienza e riprendiamoci il controllo. Sentiamolo come si sente la faccia con le mani.

    Buon Primo Maggio a tutti. Date un bacio a chi lo merita, fatelo ora.